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Martedì 4 Maggio 2004

L'impero senza impero

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Vi ho spesso consigliato di comprare Limes, se siete interessati alla geopolitica o alle vicende della politica estera. L'ultimo numero della rivista è particolarmente interessante, praticamente una miniera di spunti. Oggi, tanto per destare l'interesse in qualcuno, ho deciso di postare un estratto dell'ultimo editoriale, sperando che Caracciolo non si incazzi e, anzi, decida di mettere online qualche testo (marchetta non retribuita: comprate Limes, ne vale la pena):

Alla prova dei fatti e al netto delle utopie neoimperialiste, l'approccio di Washington mira a perpetuare l’American way of life. Occorre estrarre dall'ambiente esterno le risorse necessarie. A cominciare dall'energia. Gli Stati Uniti non sono autosufficienti: Anzi, la loro sete di petrolio aumenta nel tempo. Perchè consumano sempre di più e producono sempre di meno. E invece di diversificare, insistono sul greggio. Nel 2025 dovrebbero importare il 70% del fabbisogno petrolifero. Tanto piu che si comincia a dubitare della- consistenza effettiva delle risorse energetiche interne. L Alaska è meno promettente del previsto, l'offshore del Golfo del Messico settentrionale è sempre piu impegnativo e costoso. Ne risulta accentuata la ricerca di nuove aree di approvvigionamento. Tanto più dopo l'11 settembre, avendo Bush fatto dell'energia un imperativo di sicurezza nazionale.

La diversificazione geografica del rifornimento energetico è uno dei criteri di fondo della risposta al terrorismo. In primo luogo, si rafforza la dimensione panamericana delle importazioni di petrolio e di gas. Poi, si cerca di ridurre la dipendenza da Riyad: a fine an¬no, le importazioni dall'Iraq dovrebbero equivalere a quelle attuali saudite. Resta che quest'anno i cinque paesi fondamentali per rifornire gli Stati Uniti sono Canada, Messico, Venezuela, Arabia Saudita e Iraq. Il problema è che gli ultimi tre paesi possono mancare all’appello, per ragioni diverse ma tutte legate alla strategia americana. Il Venezuela è a rischio-Chavez. L'Arabia Saudita teme l'implosione integralista. L'Iraq è tutto un punto interrogativo. Questa insicurezza spinge il governo americano a aumentare a dismisura le scorte strategiche di greggio. Altro che strategia imperiale. Bush è impegnato in una politica a brevissimo termine. Fino al paradosso di penalizzare le importazioni dall'Arabia Saudita salvo pregare inutilmente Abdallah di contrastare i “falchi” Opec, che vogliono tagliare la produzione.

La ristrettezza dell'orizzonte strategico si rispecchia anche nella guerra al terrorismo.
Gli americani non trovano una strategia vincente perchè obnubilati dalle visioni neoimperialiste. Tra filosofia della storia e tattica di combattimento, gli Stati Uniti stentano a definire gli anelli di connessione. Non riescono a individuare la scala giusta per sconfiggere il nemico. Non hanno la geografia imperiale, basata sulla conoscenza dei propri limiti. Confondono la possibilita di proiettare ovunque le loro forze con la capacita di controllare i territori, che presuppone di conoscerli e di gestirli. In questa logica, la campagna anti-Saddam potrebbe risolversi nel trinceramento permanente di decine di migliaia di soldati americani nelle 14 basi Mesopotamiche.

Sul terreno, la guerra al terrorismo si impernia oggi su Pakistan e Israele. Due alleati molto diversi e sempre più problematici. Il regime di Musharraf può cadere da un momento all'altro, stretto fra le richieste americane e l'incalzante integralismo. Centocinquanta milioni di pakistani, seduti sulla bomba atomica e sulle madrase più facinorose del mondo islamico. Quanto a Israele, Sharon sembra conoscere solo il gioco al rilancio, costi quel che costi. Convinto - con ottime ragioni - che gli islamici vogliano rigettare in mare gli ebrei, accetta la logica della contrapposizione totale e permanente. Gli americani balbettano. Ma in ultima analisi, difendono Israele. Non tanto la sua politica, quanto la sua esistenza. Hanno capito e forse accettato la logica di Sharon. Ma l'identificazione con la politica del leader israeliano è incompatibile con lo slogan del “Grande Medio Oriente”, ultima trovata di Bush.

L'idea di rifare il Medio Oriente sulla base di un rapporto delle Nazioni Unite confezionato da esperti arabi allevati in America recuperando i rottami del processo di Barcellona., fulgido esempio di retorica euromediterranea, non convince i diretti interessati. Torna qui la tendenza a ragionare su scale smisurate, immaginarie. Che cosa accomuna Mauritania e Pakistan, Tunisia e Afghanistan, Iran e Israele? Come proporre lo stesso pacchetto precotto di democrazia, sicurezza e sviluppo a popoli, regimi e culture tanto eterogenei, senza nemmeno consultarli? Dopo aver fallito nel nation building - Libano, Somalia, Bosnia, Kosovo, Macedonia, Serbia, Montenegro, Haiti, e finora Afghanistan e Iraq - la Casa Bianca inventa il transcontinental building. Dalla tragedia alla farsa.

L'unico aspetto positivo e per noi europei attraente del “Grande Medio Oriente” è la possibilità di reinterpretarlo come un escamotage per fingere un'intesa euroamericana e trovare una nuova occupazione alla Nato.

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Commenti su: L'impero senza impero

Ahi, hai messo il dito sulla piaga: l'ho comprato da quasi 15 giorni e non l'ho ancora letto. Ottima segnalazione, Caracciolo è una persona seria e merita di essere sempre letto. Penso che sia uno di quegli italiani un pò "nordici", rari per "tipo" di intelligenza, per metodo d'indagine e modo di condurre un dibattito storico-politico, così "protestanti" nel bailamme bigotto e fazioso che impazza, eppure senza il birignao professorale di quello che è al di sopra delle parti.

Commento di Milton, 04.05.04 10:34

Concordo. Solo grazie al numero di Limes dell'ottobre scorso mi ero fatto un'idea precisa dell'attuale medio oriente, e devo proprio andare a leggermi anche questo.

Commento di AdRiX, 04.05.04 17:00

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